La domenica delle salme. E degli elefanti

Fabrizio De Andrè

Dacci oggi il nostro elefante quotidiano, anche nella domenica delle salme. Analisi ed editoriali, libri e seminari, instant book e studi di comunicazione politica. Non sono bastati finora e non basteranno negli anni a venire per spiegare come un partito semi scomparso nel nulla qualche anno fa sia da qualche tempo il più gradito nel Paese.

Chi arriva prima

Lo stesso movimento che ha gettato fango e veleno su una parte d’Italia si fa strada con il motto del “prima gli italiani”. Lo stesso leader che nel 2006 tifava contro gli Azzurri nei Mondiali di calcio ed etichettava i napoletani come “colerosi terremotati” oggi prende voti da Aosta a Reggio Calabria, passando per Palermo e Cagliari. Lo stesso ex vice premier che, assieme a Fratelli d’Italia, candidava Vittorio Feltri alla presidenza della Repubblica nel 2015: uno che un giorno sì e l’altro pure non perde occasione per denigrare i suoi fratellastri d’Italia made in Terronia. È sempre lo stesso Salvini che brandisce rosari e crocifissi dimenticandosi dell’essenza stessa del messaggio cristiano, che non ha confini né bandiere né nazionalità. Quei Vangeli che di prima hanno solo le persone, giusto per un ripasso di catechismo spicciolo.

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Milioni di elefanti

Altrove sarebbe bastata un’indebita sottrazione di 49 milioni alle tasche pubbliche, e quindi nostre, per scomparire nel nulla politico e mediatico. In Italia (e non solo visto il successo transnazionale dei sovranisti) il nulla è più che sufficiente a riempire politicamente spazi più o meno sguarniti. Ma tant’è, si è studiato, si studieranno cause ed effetti. Una ragione in termini di comunicazione arriva, indirettamente, dal linguista statunitense George Lakoff. Nel saggio Don’t Think of an Elephant: Know Your Values and Frame the Debate (Non pensare all’elefante. Come riprendersi il discorso politico) utilizza la metafora del mammifero per spiegare, in breve, la comunicazione politica. In soldoni: non abboccare all’esca, l’elefante appunto, del tuo avversario politico usando lo stesso suo linguaggio e mettendo in agenda gli stessi suoi temi, utilizzati per distogliere l’attenzione pubblica da questioni ben più spinose.

Chiese chiuse

Offuscato mediaticamente dal coronavirus, il leader leghista è tornato alla ribalta perduta lanciando la proposta di “riaprire le Chiese per Pasqua”. Non si tornerà qui sul contenuto dell’idea che si commenta da sola. Ma proviamo a capire cosa c’è dietro questa apparente stramba dichiarazione che in realtà strizza l’occhio a un certo cattolicesimo conservatore (e nemico di papa Francesco). Negli ultimi giorni, soprattutto su alcuni quotidiani e su twitter, ben poco in televisione, si è dibattuto di tre fatti ignorati dal grande pubblico.

Scudi e case di riposo

Il primo: uno scudo penale proposto in Parlamento per medici e infermieri, un’immunità per metterli al riparo da qualsiasi rogna giudiziaria una volta finita l’emergenza (una denuncia per mancato uso delle mascherine, ad esempio). Peccato che a quel disegno di legge bipartisan sia arrivato un emendamento con Matteo Salvini primo firmatario che estendeva il salvacondotto anche a dirigenti e direttori sanitari. Ovvero i principali responsabili ad aver mandato medici e infermieri allo sbaraglio, senza dotarli delle minime apparecchiature di protezione, trasformando così gli ospedali in un focolaio letale. Una modifica poi ritirata, ma esemplare degli interessi in ballo tra politica (e partito di governo regionale, quindi la Lega) e amministrazione sanitaria.

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In questa logica vanno letti due ulteriori episodi. In un’intervista al Quotidiano del Sud, il presidente lombardo di Uneba (l’associazione di categoria delle case di riposo), Luca Degani, ha accusato il numero uno della Regione, il presidente Attilio Fontana, di aver approvato la delibera XI/2906 dell’otto marzo in cui invitava alcune strutture sanitarie di residenza degli anziani a ospitare un certo numero di malati infettati dal virus. “Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del COVID-19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio”, ha detto Degani. Non è un caso, probabilmente, che nelle settimane successive le case di riposo siano diventati un focolaio micidiale di contagio con centinaia di morti nemmeno registrati nelle statistiche ufficiali.

Non solo. In un articolo su Repubblica, Gad Lerner scrive di “epidemia insabbiata” al Pio Albergo Trivulzio, il centro geriatrico più importante in Italia, noto anche per essere stato all’origine di un altro focolaio, quello di Tangentopoli. L’accusa è quella di aver epurato un professionista che consigliava l’uso delle mascherine per non infangare il buon nome dell’istituto. Gli evidenti sintomi di coronavirus all’interno della struttura sarebbero stati bollati come “bronchiti e polmoniti stagionali” al fine di non macchiare la reputazione del centro. Risultato: solo a marzo al Pio Albergo ci sono stati 70 morti, ben oltre la media registrata nella casa di riposo. Ai vertici aziendali ci sarebbero esponenti vicini alla giunta regionale e alla cerchia di Salvini.

Morto De Andrè, viva De Andrè

Eccolo, allora, l’elefante del giorno. Riapriamo le chiese e chiudiamo le bocche. Nessuno parli di scudo penale per amministratori e direttori sanitari, degli errori evidenti dell’amministrazione Fontana nella gestione del virus nelle case di riposo e in particolare al Pio Albergo Trivulzio. Parliamo di sagrati da riempire e di mascherine da utilizzare solo quaranta giorni dopo il primo focolaio di Codogno e quelli successivi ad Alzano Lombardo e Nembro (con la catastrofe preannunciata in Val Seriana).

Sembra che il nostro, tra le mille contraddizioni spesso sottaciute, sia anche fan di Fabrizio De Andrè. Uno che cantava di vino da versare e pane da spezzare per chi aveva sete e fame. Uno che scriveva del “ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”.

(foto di copertina: Girella/Lapresse)

 

 

 

 

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