Ricomincio da capo

Ricomincio da capo

Nel 1993 uscì un film americano che in Italia decidemmo di tradurre come “Ricomincio da capo” mentre negli Stati Uniti il titolo originario era Groundhog day, il giorno della marmotta. Raccontava di un giornalista televisivo esperto di meteo, Phil Connors interpretato da Bill Murray, che per uno strano incantesimo temporale si ritrovava a rivivere sempre lo stesso giorno.

Il 2 febbraio, il giorno della marmotta appunto, celebrato oltreoceano perché segna il risveglio dal letargo di un roditore, della specie marmotta monax, diffuso nel Nord America.

Quando arrivò nelle sale cinematografiche la pellicola non raggiunse un grande successo di pubblico, ma come spesso accade è stata in seguito rivalutata diventando un film di culto. In Italia ne è stato fatto un remake, “È già ieri” del 2004 con Antonio Albanese.

Ricomincio dalle 18

Il coronavirus ci ha inghiottiti nel nostro giorno della marmotta perché da un mese circa siamo prigionieri della stessa giornata, intrappolati dal mantra del “restate a casa” (i cui frutti lentamente si iniziano a vedere). Tra quelle quattro mura più o meno grandi le giornate sembrano scorrere tutte uguali, cadenzati dall’appuntamento quotidiano delle 18 con la conferenza stampa della Protezione Civile, in cui si snocciolano numeri e curve da cui dipenderà il nostro umore delle 24 ore successive.

“Una tragedia annunciata”

Il punto è che questo Paese rivive da anni, se non da decenni, la stessa giornata. Gli stessi problemi. Le stesse irrisolte questioni che chiamiamo emergenze per darne un profilo consolatorio di attualità. Gli esempi sono numerosi. Il dissesto idrogeologico, per esempio. Alla prima alluvione o al primo terremoto (sì, siamo da millenni un territorio con varie zone a rischio sismico) neanche troppo violenti facciamo la conta di danni e vittime. Si promettono ricostruzione e bonifica, poi ci si dimentica tutto, si inserisce qualche condono edilizio nascosto in un decreto milleproroghe, e si va avanti fino alla prossima calamità (?) naturale.

Ci ricordiamo tutti del Ponte Morandi, crollato anche per l’imperizia strutturale dovuta ad anni di negligenza e mancati lavori di manutenzione. Ecco, oggi ne è crollato un altro. E la definizione narrativa utilizzata non brilla certo per originalità: una tragedia annunciata, come tutte quelle passate e quelle che verranno.

Qualcuno, spesso un sindaco, lancia l’allarme a un’autorità che magari si rivolge al prefetto che gira il materiale al dipartimento del ministero che poi inoltra la lettera al capo di gabinetto che nel frattempo smista le comunicazioni allo staff del ministro. E nel mentre di questa processione burocratica crolla un altro ponte.

Mani Pulite

Prendiamo la corruzione. Pensavamo di averla scoperta e spazzata via con Tangentopoli, e invece trent’anni dopo abbiamo le pagine di quotidiani e siti web piene di appalti truccati, bustarelle e amici degli amici infilati nei soliti posti di comando.

Addirittura decenni dopo si ripetono le stesse indagini sugli stessi posti con i medesimi investigatori (leggi Gherardo Colombo chiamato nella Commissione d’inchiesta sui casi di coronavirus e di mani poco pulite al Pio Albergo Trivulzio).

Oppure la malasanità, i furbetti del cartellino, il debito pubblico, la giustizia lenta, il divario Nord Sud, persino il calcio con le immancabili polemiche sugli episodi arbitrali che ci illudevamo di aver spazzato via con l’introduzione della tecnologia Var.

Nel pallone, forse, qualche passo avanti è stato fatto nella violenza degli stadi che è di livello inferiore rispetto a un po’ di anni fa. Ma poi basta allargare lo sguardo a ciò che accade fuori dagli impianti, sulle autostrade, negli arsenali scoperti all’interno di covi criminali, spacciati per raduno di ultras, per renderci conto che la strada è ancora lunga. La stessa obsolescenza degli stadi è un tema che va avanti da decenni, praticamente dal giorno dopo aver realizzato le cattedrali nel deserto di Italia ’90.

Netflix e quarantena

Quando è arrivato il Covid19 ha dato l’illusione di una situazione inedita, mai affrontata prima che ci elevava a eroi mitologici, combattenti di questa dura guerra (magari sul divano mentre guardiamo Netflix) come mai era stato fatto nei tempi addietro.

Giacché le parole sono importanti, basterebbe concentrarci su uno dei termini più utilizzati nell’ultimo mese, quarantena, per scoprire che ha un’origine secolare, tra il 1300 e il 1400, nella Venezia investita dalla peste nera. Le epidemie, va da sé, non sono un’invenzione della contemporaneità, ma sono malattie praticamente sempre esistite e contro cui il rimedio dell’autoisolamento era stato già intuito dai nostri antenati. Solo che oggi lo chiamiamo lockdown e ci conforta aver trovato una soluzione tempestiva prima del vaccino.

Scienziati, luminari e virologi 3.0 consigliano quindi un metodo valido in epoca di pandemia sin dai tempi della peste fino alla tubercolosi e all’influenza spagnola, come hanno scritto Mattia Feltri e Aldo Cazzullo in questi giorni. Centinaia di anni dopo la tecnologia suggerirebbe un barlume di programmazione in più, che non annunci tragedie e che non trasmetta la sensazione di improvvisazione In un eterno ricominciare da capo che intrappola esperti, amministratori e cittadini con in braccio la loro marmotta preferita, della specie Italia.

Lascia un commento