Odio, patria e famiglia: Silvia Romano è la nuova Bibbiano

Silvia Romano

Silvia Romano è una donna coraggiosa e sorridente che negli anni Venti (degli anni Duemila) ha deciso di non restare a casa a preparare da mangiare o a stirare le camicie del suo uomo ricco di testosterone, ma ha scelto di dedicarsi agli altri, fregandosene della nazionalità.

Questo breve ritratto ne fa già il nemico perfetto di una certa Italia con la bava alla bocca.
Poi le è bastato scendere la scaletta dell’aereo con abiti lontani dalle sacre tradizioni dell’uomo italico per risvegliare il mostro. Una tunica, non una cintura esplosiva, ma tant’è.
Poi è stato sufficiente che trapelassero le prime indiscrezioni su una presunta conversione islamica per scatenare la belva. Conversione a una religione, non al nazionalsocialismo, ma tant’è. (anzi, se si fosse convertita a un qualche fondamentalismo politico molti avrebbero gioito).
Sarebbe troppo facile liquidare questi individui come ubriaconi da bar o semplici hater da tastiera.

Professionisti dell’odio

Sono uomini e donne che occupano o che hanno occupato incarichi istituzionali. Svolgono prestigiose occupazioni e possono vantarsi di curriculum invidiabili. Spesso e volentieri li trovi in chiesa la domenica ai primi banchi. Fanno la classifica della carità in base al principio di prossimità (eh ma cosa vai a fare in Africa se ci sono i poveri in Italia). Gesù Cristo, infatti, notoriamente disse: ama il prossimo tuo sotto casa e non oltre.

Sono giornalisti e giornaliste che orientano l’opinione pubblica e che anni fa scrivevano le stesse parole di odio contro il povero Enzo Baldoni, rapito e ucciso in Iraq nel 2004. O contro Simona Parri e Simona Torretta nello stesso anno e definite da alcuni “Oche giulive”. O contro Giuliana Sgrena, la cui liberazione costò la vita al funzionario dei Servizi segreti Nicola Calipari, nel 2005. O contro Greta Ramelli e Vanessa Marzullo nel 2015.
Questi cronisti, che spesso occupano posizioni di livello, amano dare in pasto ai propri lettori pietanze molto appetitose per i loro stomaci di ferro.

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Repeat until

Oggi i migranti (e loro “complici“), ieri gli omosessuali, domani le donne, dopodomani i detenuti, a seguire i meridionali.
Poi cambiano l’ordine degli addendi e la ricetta non cambia. Oggi le donne, ieri i detenuti, domani i meridionali, dopodomani gli omosessuali, a seguire i migranti.

Quando vanno in televisione sono ospiti chiamati appositamente per ripetere lo stesso copione con un volto, almeno inizialmente, apparentemente più pacato, più moderato, più rispettoso. Ma basta un semplice assist su uno di quei temi di cui sopra per innescare un contropiede degno del miglior Trapattoni.

E se questi professionisti del livore quotidiano non riescono a redimersi neanche davanti a una foto tra mamma e figlia lontane per 538 giorni e con il terrore appena scacciato di non rivedersi mai più, allora significa che è gente morta dentro, arida, vuota, come dice Alessandro Milan di Radio 24.

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Non sappiamo se Silvia Romano si sia convertita. Se sia stata costretta a farlo. Se l’abbia fatto volontariamente. Non sappiamo ancora nulla della sua prigionia, del suo dramma interiore, dei suoi turbamenti psicologici. Ma anche se lo sapessimo, che cosa cambierebbe? Che cosa muterebbe dalla gioia di rivedere una ragazza riabbracciare i suoi affetti stabili?

E pur sforzandoci di seguire la logica sovranista oggi di tendenza: Silvia è italiana, dagli stessi colori delle bandiere esposte ai nostri balconi in questi mesi. Ha una famiglia probabilmente tradizionale. Però forse si è convertita a un Dio diverso dal nostro. E poi è donna. E poi è coraggiosa. E poi si torna a quel ciclo sintattico che gli informatici chiamano repeat until. Ripeti fino. Ripeti Odio patria e famiglia. Da Bibbiano passando per Carola Rackete fino alla prossima Silvia Romano.

(foto: Ansa – Fabio Frustaci)

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