Quel giorno eravamo tesi: Little Richard

Little Richard

Prima di David Bowie, Elton John, Prince e Freddie Mercury ci fu Little Richard. L’epoca del trasformismo scenico nel rock iniziò probabilmente con Richard Wayne Penniman, scomparso qualche giorno fa a 87 anni. Era nato a Macon nel 1932, in quella Georgia bianca che gli afroamericani preferiva tenerli a distanza con la segregazione razziale.

Dall’America degli anni’50 in poi Little Richard suonava il piano ondeggiando in piedi, era omosessuale, nero, pittoresco nei colori sgargianti dei suoi vestiti, urlatore che amava truccarsi il viso. Il nemico perfetto di una fetta conservatrice di Paese a stelle e strisce, i cui figli però ballavano con Tutti frutti e Long tall Sally.

Prima dei Beatles e dei Rolling Stones, di Bob Dylan e dei Beach Boys ci fu Little Richard, che un giorno osservò: Se Elvis è il Re, io sono la Regina.

Disse di lui una volta John Lennon: Eravamo abituati a stare dietro le quinte dello Star-Club di Amburgo e a guardare Little Richard suonare. Leggeva la Bibbia dietro le quinte e solo per sentirlo parlare ci sedevamo ad ascoltarlo. E proprio l’ex leader dei Fab Four inserì, nell’album Rock and Roll del 1975, una cover del brano di Richard, Slippin’ and slidin.

Fu proprio The Queen, Richard Wayne Penniman, a inventare il grido del rock and roll: Awop-Bob-a-Loo-Mop-Alop-Bam-Boom.

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Pubblico un estratto della tesi di laurea che, qualche anno fa, scrissi sulla connessione tra giovani, media e attivismo.

Tesi di laurea
Il frontespizio della tesi

Rock around the clock: nasce il rock’n roll

Se i totalitarismi avevano concepito i giovani come motore e linfa attiva del consenso e della propaganda, nel secondo dopoguerra giungeva alla piena consacrazione il concetto di adolescenza prima snobbato: una nuova presa di coscienza che risulterà determinante nell’uragano giovanile degli anni a venire.

Nel 1945 un articolo di Elliot E. Cohen sul New York Times utilizzava per la prima volta la parola “teenager” per rivolgersi a tutti coloro compresi dai tredici ai diciannove anni[1]. Una vera rivoluzione che inizierà a produrre i suoi effetti dagli anni Cinquanta. In quel decennio, soprattutto negli Usa, l’adolescente si sentì per la prima volta protagonista di un metamorfosi che percepiva, frutto anche dell’esplosione demografica, del benessere economico, della scolarizzazione su larga scala[2].

Era qui che nasceva una vera e propria cultura giovanile con la progressiva trasformazione dell’economia di mercato, che ora strizzava l’occhio non solo ai grandi ma anche ai suoi utenti più piccoli. Era il giovane americano della middle class, alla ricerca affannosa di spazi di libertà, con una stabilità economica che gli consentiva di pensare al tempo libero come forma di espressione delle proprie passioni condivisa con i propri coetanei. In questo orizzonte di cambiamenti il giovane riconosceva nella musica un veicolo di affermazione identitaria in antagonismo rispetto alle generazioni che l’avevano preceduto.

Il biennio 1954 – 1955

Non la musica dei padri ma il rock’n roll, la musica dei giovani: benché esistesse già prima come rithm’n blues, rivolta esclusivamente a un pubblico nero, i musicisti della fine degli anni Quaranta non avevano un pubblico di riferimento che attribuisse a quelle note un messaggio specifico. Il 45 giri era il feticcio di questa evoluzione sociale, oggetto desiderato e ferocemente consumato che ha una diffusione di massa a partire dal biennio 1954-1955.

Ed è proprio il 1955 l’anno della svolta: nelle sale cinematografiche usciva il film “Blackboard Jungle” di Richard Brooks che, come colonna sonora, conteneva quello che diventerà l’inno di una nuova generazione: Rock around the clock, canzone incisa da Bill Haley un anno prima. Un ritmo accattivante, frenetico, cui era impossibile sottrarsi rimanendo fermi: fu l’emblema di un humus giovanile che fremeva per rivendicare la propria presenza nel mondo. Nello stesso anno Little Richard cantava “Tutti Frutti”, una ballata irresistibile dal successo clamoroso: l’attacco iniziale della canzone, il celeberrimo Awop-Bob-a-Loo-Mop-Alop-Bam-Boom divenne l’urlo di un’intera generazione.

Un anno prima, il 5 luglio 1954, Sam Phillips, fondatore della casa discografica Sun Records,  intravedeva in un ragazzo belloccio e dalla voce imponente un possibile talento in cui investire. Gli fece incidere “That’s all right Mama”, un pezzo blues di qualche anno prima. Quel giovane diciannovenne di Memphis si chiamava Elvis Presley. Sul palco si dimenava, muoveva le gambe, agitava il bacino: diventerà il suo marchio di fabbrica che farà impazzire i teenager mondiali.

Little Richard e gli altri: I primi eroi

Elvis, Bill Haley, Little Richard: i primi eroi del rock’n roll, le prime icone cui i giovani aspirano come modello. L’impatto immediato di questa nuova rivoluzione era costituito dall’immagine: Elvis, il fidanzato che ogni ragazza vorrebbe avere; l’irrequietezza di Little Richards era quella di un intero movimento di giovani; lo stesso Haley, sebbene non fosse il prototipo del sex symbol, aveva in sé la carica di nuova guida della scena. A questi si aggiungeranno i vari Jerry Lee Lewis e Chuck Berry, nuovi eroi popolari dalle umili origini e che con la musica avevano ottenuto ricchezza, fama, potere.

I nuovi divi musicali andavano di pari passo con i protagonisti del cinema: in quegli stessi anni furono realizzati “Il selvaggio” (1953) con Marlon Brando e “Gioventù bruciata” (1955) con James Dean. Quest’ultimo era allineabile ai grandi miti musicali per la sua esistenza breve e drammatica (morirà in quello stesso anno a soli 24 anni in un incidente d’auto), per il suo carattere ribelle e inquieto.

La ribellione, la musica come valvola di sfogo, la rottura totale con gli schemi del passato: il giovane degli anni Cinquanta rivendicava la sua diversità, riconoscendosi in un gruppo di simili in una contrapposizione frontale con la storia dei padri[3].

Mi muove tutto dentro”, “Trovo in questa musica una maniera di sfogare l’esuberanza del mio carattere[4]. Questo distacco trovava nell’abbigliamento, nelle acconciature, nei segni esteriori le rappresentazioni più nitide delle due caratteristiche preminenti che il rock’n roll aveva colto prima di tutti: il disagio e il divertimento. I ragazzi forse non sapevano ancora cosa volevano ma certamente sapevano cosa non volevano[5]. La dimensione del tempo libero era fondamentale: esso era liberato come oggetto, come capitale da investire a proprio piacimento nel sistema di produzione[6].

Il rock’n roll, il cui primo exploit terminerà tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, resterà sempre inevitabilmente legato alla perfomance dal vivo, al concerto, al “live” che recide qualsiasi barriera tra pubblico e artista restituendone quell’aura di originalità e autenticità.

In media stat virtus

A fare da cornice allo scenario illustrato i media furono investiti di un ruolo fondamentale. La radio in primo luogo divenne il canale principale di diffusione capillare della musica rock’n roll: qualsiasi giovane che amasse quel nuovo genere in note non poteva non ascoltare le classifiche settimanali, le presentazioni dei nuovi singoli, il lancio di un nuovo album.

Quello che nel tempo hanno significato il giradischi, il mangiacassette, il lettore cd fino ad arrivare all’ipod cinquant’anni fa aveva un unico medium di riferimento: la radio, appunto, con i suoi inconfondibili disc jockey. Due più di altri: Alan Freed, l’inventore del termine rock’n roll e Wolfman Jack, che trasmetteva da una radio clandestina messicana.

Con il successo planetario di una nuova musica decretato dalle radio e dal primato del pubblico giovanile, la televisione dovette adeguare gioco forza i propri contenuti e le proprie trasmissioni. E anche qui, la data d’incontro tra rock’n roll e televisione ha per protagonista The King, Elvis Presley: il 9 Settembre 1956 l’icona di Memphis ebbe la sua definitiva investitura anche dal mondo adulto partecipando all’Ed Sullivan Show, il tempio dell’intrattenimento americano. Una serata con un’audience pazzesca dell’82.6% e che venne definita come “The day when America was rocked”. Un’esibizione con tutti i crismi della sacralità che proiettava il rock’n roll sull’altare della storia. Esattamente come la rivista americana “Variety” aveva predetto con rara lungimiranza nel 1955: “Il rock’n roll morirà entro giugno”.

Teddy boy style

I profondi mutamenti attraversati dal tessuto sociale giovanile sfociarono in alcuni movimenti di costume accomunati dal senso di disagio e protesta. In questo senso va inserito il fenomeno dei teddy boy, nato in Inghilterra che aveva lo scopo di riproporre lo stile durante l’età edoardiana dei primi anni del secolo. Giacche scure, di pelle o di velluto, jeans, scarpe di cuoio, capelli tirati indietro con la gelatina, aria da duri: ispirata dal rock’n roll, fu una moda che si estese dall’Inghilterra all’America diventando nota anche per un tenere di vita irriverente, frenetico e che non rinunciava alla violenza.

Lo stesso John Lennon, nel suo periodo ad Amburgo, era un classico teddy boy dell’epoca. Quella delle bande giovanili era una cultura dei sottoborghi urbani approdata anche in Italia e che trovava, soprattutto per il versante della violenza una rappresentazione letteraria in due romanzi di Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”. I teddy boy costituirono un archetipo di quanto sarebbe accaduto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta con le bande giovanili delle metropoli, dalla scena punk fino agli emo.

I giovani degli anni Cinquanta sembravano come di passaggio, ansiosi di bruciare le tappe, di diventare grandi, uomini e donne. Le ragazze accettavano con serenità il ruolo imposto loro dalla società: mogli, madri, massaie.[7].

Mentre l’America giovane viaggiava a vele spiegate verso i leggendari anni Sessanta, l’Europa inseguiva con qualche anno di ritardo. La trasgressione americana faceva da contraltare a una generazione europea insicura, in rottura con i padri ma in maniera bonaria, edulcorata, inserita in un contesto ancora fortemente gerarchico. La rottura totale, anche nel vecchio continente, si avrà nel decennio successivo, in cui tutto sarà oggetto di contestazione e rivoluzione.

 

 

[1] E.E. Cohen, 1945, A Teen Age Bill of Rights , in New York Times Magazine.

[2] La Terra promessa (G.Castaldo), 1994.

[3] (p.62).

[4] Testimonianze di ragazzi in “Poveri ma belli: i giovani degli anni Cinquanta” in Correva l’Anno, Raitre, 10 Gennaio 2009.

[5] La Terra promessa (G.Castaldo), 1994.

[6] La società dei consumi (J. Baudrillard), 1976.

[7] “Poveri ma belli: i giovani degli anni Cinquanta” in Correva l’Anno, Raitre, 10 Gennaio 2009.

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