Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanche io

Sergio Mattarella

Potremmo inserirla nella Costituzione. Articolo 140: Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanche io. Potremmo tatuarcela addosso. Potremmo scriverla nei tribunali o stamparla sui nostri specchi. Al mattino, quando ci svegliamo, per ricordarci che siamo tutti uomini a questo mondo. Anche se sei presidente della Repubblica e per una sera sei solo Sergio, non più Mattarella.  Come un nonno scamiciato, come un papà spettinato mentre dall’altra sponda del Tevere un Papa a passo lento si fa strada nel deserto piovoso di piazza San Pietro. Vengono prima del tiggì ed entrano nella storia.

L’ora più buia

La sera in cui il capo dello Stato fu solo un uomo come gli altri è l’ora più buia del Paese, volendo riprendere una citazione abusata di questi giorni attribuita a Winston Churchill. La notte della Repubblica, come il programma televisivo di Sergio Zavoli tra il 1989 e il 1990. Giovanni è Giovanni Grasso, giornalista e portavoce del Quirinale, l’uomo dallo sguardo severo che compare dietro il leader politico di turno salito al Colle per le consultazioni. Neanche il migliore spin doctor, nemmeno il più affermato guru della comunicazione, non il migliore social media manager avrebbe potuto trasformare un fuorionda nel più bel discorso alla Nazione dal 1945 a oggi. Fuori dall’ingessata litania a ritmo di gobbo, persi nel politichese sconosciuto ai più, sprofondato nelle formule cristallizzate di palazzo.

Discorsi del Presidente

La potenza di quelle poche parole, pubblicate per errore (o magari volutamente, chissà) in un video in cui più volte Mattarella tradisce emozioni e debolezze, è dirompente. Più di quelle di Sandro Pertini del 1978 pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro. Più di quelle lampo di Francesco Cossiga nel 1991. Più forte del celebre “Non ci sto” di Oscar Luigi Scalfaro scandito in un messaggio alla Nazione. Più dell’atto di accusa scagliato contro i partiti da Giorgio Napolitano al momento della rielezione nel 2013.

Nessuno escluso

Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanche io che sono il presidente della Repubblica. Il primo cittadino del Paese. Non ci vado io come non ci va il medico, l’infermiere, l’avvocato, il muratore, il notaio, il fabbro, l’ingegnere, lo spazzino, il giornalista, l’imbianchino, il professore, il disoccupato. Nessuno escluso. Neanche il Papa che arriva col fiato corto al sagrato di piazza San Pietro. La quarantena non risparmia nessuno, almeno in questo senso.

Poi la romantizzazione che ne segue è un discorso di classe (l’autoisolamento al Quirinale non è la stessa cosa di quello fatto in un bilocale di 40 metri quadri con famiglia al seguito). Ma i capelli poco in ordine ce li abbiamo un po’ tutti. E Giovanni per favore non muoverti sennò mi distraggo e non mi concentro. Sto studiando. Sto lavorando. Sto cucinando. Sto facendo un discorso alla Nazione. Lasciatemi sbagliare, sono un italiano vero.