La curva Nord e la curva Sud dello stadio Italia

L'eterno scontro tra Nord e Sud

Lo stadio Italia non è mai a porte chiuse. La curva Nord e la curva Sud sono sempre ben gremite e pronte a darsi battaglia. In mezzo al campo scorrono oltre 25mila vittime sotto forma di un unico cadavere nazionale che scivola via lungo altre curve. Il virus ci renderà migliori, si è detto ormai due mesi fa, quando la tempesta aveva bussato alle nostre porte. Non era vero e lo sapevamo. D’altronde a furia di dire “prima gli italiani” ci sarà sempre qualcuno più a Sud di te.

Così l’inno nazionale, già usurpato nel nome da un partito politico, si è trasformato in un ritornello dai confini ben definiti. Da Fratelli d’Italia a fratellastri. Prima i lombardi. No, prima i veneti. Ma no, prima i piemontesi. Per nulla, prima i toscani. Scherzate, prima i romani, abbiamo la capitale. Neanche per idea, prima i napoletani, eravamo capitale del Regno delle Due Sicilie. E allora prima i pugliesi, con Bari e Lecce culla dell’incontro con le culture mediterranee. Dimenticate gli isolani, prima i siciliani. E i sardi? Qualcuno lo dica ai Fontana e ai De Luca.

Questo eterno derby calcistico tra Nord e Sud (d’altronde lo diceva anche Churchill su come viviamo guerra e sport) ha in Vittorio Feltri il capo ultras della curva Nord. Il suo nemico quotidiano oscilla in un pantheon composto tra meridionali, immigrati e omosessuali. Bendatevi gli occhi, pescate una delle tre palline e troverete già impacchettato il quotidiano, da lui fondato, in edicola.

Non contento delle intemerate su carta, il giornalista bergamasco è a canali alterni in televisione, all’interno di alcuni programmi che conoscono benissimo quale potenza da fuoco sia oggi Feltri. Un po’ come accade con Sgarbi, i contenuti vomitati dal direttore diventano immediatamente virali, aizzando le due tifoserie nelle rispettive curve. Dio salvi il telecomando.

Nel settore Sud si risponde inizialmente chiedendo la Var e poi lamentandosi con l’arbitro di turno. Ed ecco poi partire le querele o le segnalazioni ai collegi di disciplina dei vari ordini professionali (legittime, per carità). Poi si parte al contrattacco con l’elenco delle eccellenze dimenticate, con il Nord che ha depredato il Meridione un po’ come accaduto con l’Occidente e il continente africano. Dimenticando che molti di quei cervelli sono andati via anche a causa di una terra che li ha costretti alla fuga. Tra promesse disattese, salari da fame, contratti ricatti.

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Infine, quando il match è agli sgoccioli, la bagarre: i terroni si scagliano contro i polentoni rinfacciandogli dove trascorrono le vacanze estive. Siamo in quella fase del derby in cui da una parte si grida ai “colerosi” (per una bizzarra coincidenza l’ex capo ultras è ora leader del primo partito nazionale) e dall’altra si va avanti a ritmo di “solo la nebbia, c’avete solo la nebbia”.

Ci fosse davvero la Var dovrebbe fermare il match almeno per un minuto, proiettando una storia. Quella di Ettore, contagiato da Covid-19, entrato in coma a Seriate (Bergamo) e risvegliatosi all’ospedale di Palermo dove è guarito. “L’Italia deve essere unica, dalla Sicilia alla Val d’Aosta. Se siamo uniti affrontiamo quel che è successo a me, son venuto a Palermo e mi han salvato la vita”, dice ai microfoni di Sky Tg24.

Al termine di questo racconto forse riprenderebbero le ostilità. O forse ci si ricorderebbe di una parola quanto mai oggi prima abusata e poi dimenticata. Patria. Nord e Sud Italia. Europa. Mondo. Fischio finale.

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