La grande illusione di Italia ’90, trent’anni fa

La copertina del supplemento

L’8 giugno 1990 iniziavano i Mondiali di Italia ’90 con la cerimonia di inaugurazione allo stadio “Giuseppe Meazza” di Milano e la partita Argentina Camerun. La grande illusione azzurra, con una squadra che arrivò a un passo dalla finale fermandosi ai rigori di Napoli contro Maradona, fu lo specchio del momento del Paese.

L’organizzazione del torneo era figlia del decennio d’oro degli anni ’80, della Milano da bere e dei suoi sprechi, del pentapartito e dei socialisti per la prima volta a Palazzo Chigi, di una nazione spensierata che viveva un nuovo boom economico dopo il secondo dopoguerra.

La delusione della Notti Magiche di Vicini e Schillaci, con il terzo posto conquistato a Bari, aprì una nuova triste era italiana di ritorno alla realtà. O, più semplicemente, riaprì gli occhi su fenomeni che erano già radicati sul territorio: la corruzione di Tangentopoli che sarebbe scoppiata poco dopo, lo stragismo mafioso culminato con Capaci e via D’Amelio, le nuove difficoltà economiche prodotte anche dal debito pubblico cresciuto a dismisura negli anni precedenti.

I giorni del pallone” fu la guida del quotidiano “La Repubblica” a Italia ’90.

All’interno alcuni personaggi rappresentativi delle città ospitanti (cantanti, scrittori, intellettuali, imprenditori) raccontavano il loro Mondiale.

Per esempio:

Antonello Venditti per Roma: Tra un paio d’anni sapremo se Roma Capoccia avrà vinto il suo mondiale. Se non finiremo di nuovo nelle voragini d’asfalto, se non ci crollerà addosso qualcosa.

Mario Luzi per Firenze: Quello che non mi piace è il continuo, pressante bombardamento di parole e immagini che secondo me sono la causa di un’infatuazione imbecille per il calcio.

Antonello Venditti e Mario Luzi
Antonello Venditti e Mario Luzi

Domenico Rea per Napoli: Prevedendo il finimondo, cinque giorni prima dell’inizio del Mondiale partirò per la casettina di Ravello.

Raffaele Nigro per Bari: C’è nella mentalità meridionale un’abitudine formidabile all’attesa. È un po’ il copione di questi Mondiali: Alcuni baresi attendono il diluvio universale, una colata d’oro; altri pensano che i mondiali non potranno cambiare la realtà.

Domenico Rea e Raffaele Nigro
Domenico Rea e Raffaele Nigro

Gino Paoli per Genova: Non mi fido del Mondiale a Genova, anzi non mi fido proprio del Mondiale: sarà banale, ma se avessimo speso tutti quei miliardi per affrontare seriamente i grandi problemi, a cominciare dalla droga, per l’Italia sarebbe stato meglio.

Giorgietto Giugiaro e Gino Paoli
Giorgietto Giugiaro e Gino Paoli

Massimo Moratti per Milano: Fortunatamente Milano è da sempre abituata al grande spettacolo, a stare in primo piano. Ora che il Mondiale di Italia ’90 sta per iniziare tutto questo è confermato, anche se già adesso si può dire che questa occasione non è stata forse sfruttata al meglio.

Lucio Dalla per Bologna: Sto lavorando sul disco nuovo e vivo in clausura, proprio come un calciatore in ritiro. Quindi un televisore in sala d’incisione e via, forza Azzurri.

Massimo Moratti e Lucio Dalla
Massimo Moratti e Lucio Dalla

Leggi anche: 17 aprile 1993, Andy Möeller chiude la Prima Repubblica 

L’introduzione fu affidata al giornalista e critico letterario Beniamino Placido:

Non credano alle apparenze gli stranieri. Non già che noi saremo dei tartufi, nel senso di ipocriti. Ma siamo dei commedianti. Bravissimi commedianti. Geniali commedianti. Recitiamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Per esempio lo straniero colto che capisce la nostra lingua non si lasci sorprendere – né impressionare – dalla frequenza con la quale usiamo, da qualche anno a questa parte, la parola “cultura”. La cultura dell’efficienza, la cultura dell’emergenza, la cultura dell’indifferenza. Oppure la cultura di governo, la cultura dell’inverno (ce ne vorrà una per i prossimi geli). O ancora: la cultura dell’invidia (che è un vizio) e la cultura dell’indivia (che è una verdura).

Questo non vuol dire che siamo molto colti. Tutt’altro. Basta vedere come teniamo le nostre università. Basta vedere quanto leggiamo (pochissimo). “Colto italiano”? Ma che colto. Colto piuttosto con le mani nel sacco non a leggere, ma a scrivere. Un romanzo per ciascuno non fa male a nessuno.

L'introduzione di Beniamino Placido
L’introduzione di Beniamino Placido

La chiusura dell’inserto fu a cura di Gianni Clerici, giornalista e grande esperto di tennis:

Ognuno si identifica nello sport che più gli somiglia e mi sembra giusto il proverbio «dimmi che sport guardi e ti dirò chi sei»; così può accadere che un Maradona vinca un Mondiale anche segnando un gol con la mano e che un Wilander si affretti verso l’arbitro di una importante semifinale del campionato di Francia, per spiegargli che ha sbagliato un giudizio in suo favore. Sarei fariseo se volessi assimilare tutti i calciatori a Maradona e i tennisti a Wilander. Ma nel degrado al quale sono andato assistendo nella mia vita di spettatore, devo ammettere che il calcio non ha avuto eguali.

Gli altri sport e la chiusura di Gianni Clerici
Gli altri sport e la chiusura di Gianni Clerici

 

 

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