Germania Italia quattro a tre

Italia Germania 1970

L’eterno tifo anche senza calcio ha un nuovo vecchio derby: Italia Germania. Non bastavano quelli che: influenza sì vs influenza no, mascherine si vs mascherine no, settentrionali vs meridionali, congiunti vs affetti stabili, aperturisti vs chiusuristi. Il coronavirus ci regala una nuova sfida tra italiani e tedeschi pur se priva della corsa di Grosso e dell’urlo di Tardelli.

D’altronde uno degli hobby preferiti da queste parti è quello che in Germania chiamano schadenfreude e in Italia gufaggio. Ovvero il godimento da sconfitte altrui. È nel dna del tifoso a ogni latitudine. Chiedete a un tifoso della Roma se è dispiaciuto quando perde la Lazio, a uno della Juve quando l’Inter va ko, a un supporter del Manchester United se ha il muso lungo per una debàcle del Liverpool. A un aficionado del Real Madrid se si strappa i capelli per il tonfo del Barcellona. E viceversa.

I nipotini di Hitler

Ma in Italia tutto è calcio e tutto è partigianeria (anche il 25 aprile, ma vabbè). Poco importa che non si giochi. Si gufa, anche sul Covid. E se, per esempio, le cose non vanno così bene in Francia e Germania non è che ci dispiaccia molto. Prima gli italiani no? Anche se all’estero si muore come qui. Meno sicuramente, almeno dalle parti di Berlino. Ma è una storia più ampia e complessa, che affonda le sue radici nella storia, nell’organizzazione, nelle relazioni politiche. “Sono i nipotini di Hitler”, ha detto un senatore dei Cinque Stelle riferendosi allo scontro (un altro) con la Merkel sugli eurobond. Come se noi fossimo stati alleati dei russi. Tant’è.

La polemica del giorno è il presunto rimbalzo dei contagi in Germania dopo la decisione di riaprire gradualmente le attività. Andiamo a Berlino, Beppe (Conte). “Avete visto cosa significa #apriretutto?”, dicono i chiusuristi. “Non possiamo morire di fame”, rispondono gli aprituttisti.

La terza via

In mezzo ci sarebbe una terza via, direbbero i terzisti. Ovvero quella della programmazione, di una ordinata e chirurgica ripresa per territori, di una strategia stabile nel tempo che porti a una convivenza con il virus in attesa del vaccino. Di tamponi, test sierologici e contact tracing tempestivo. Non possiamo aprire tutto oggi. Non possiamo tenere tutto chiuso fino a chissà quando. È la politica, bellezza. Sembrerebbe un’ovvietà anche a Catalano.

Altrove sembrano averlo fatto. Da noi sembra di no. Alcuni settori sono totalmente esclusi da una progettualità approfondita (scuola, sport, cultura, turismo) nonostante le decine di task force centrali e periferiche. E poi però si dice: “Avete visto cosa significa riaprire?”.

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Ecco, nello specifico, la “schizzata dei contagi” o “i contagi riesplosi” in Germania, come alcuni media italiani ripetono ostinatamente da ieri, non è una notizia vera. Al momento la situazione tedesca non è peggiorata e i dati sono in un trend ampiamente previsto da giorni. In Francia la fase 2 è stata annunciata in Parlamento secondo una scadenza temporale e territoriale ben precisa.

Noi abbiamo Casalino che congegna la conferenza stampa di Giuseppe Conte alle 20.20 perché così ricorda l’anno in corso. Salvo poi iniziarla puntualmente in ritardo. Distopia, direbbero i nerd.

  • Eh ma mica hanno avuto la stessa catastrofe che abbiamo avuto noi.
  • Noi abbiamo avuto quella catastrofe perché eravamo impreparati.
  • Tutti erano impreparati.
  • Alcuni meno di altri.
  • Eh ma guarda che sennò c’era Salvini.
  • Ma Conte ha governato con Salvini fino a qualche mese fa.

E allora l’arena riprende nuovamente. Italia contro resto del mondo. Dal virus al Mes. In attesa di andare a mes-sa. Ed è gara anche lì: chiesisti contro casalinghi. Dacci oggi il nostro derby quotidiano.

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