E poi ho letto il titolo

Alessandro Cattelan

Ieri sera, mentre non vagavo per i campi del Tennessee, come nessuno del resto, mi sono imbattuto nelle solite infinite analisi televisive sul coronavirus, con l’unica parentesi di un retroscena amarcord dal sapore malinconico tra Berlusconi e Bersani.

Poi ci ho dato finalmente un taglio e ho visto, in differita, EPCC, E Poi C’è Cattelan live, di Alessandro Cattelan, un programma in onda su Sky Uno che da anni strizza l’occhio ai format americani (i late night show) nello stile di David Letterman e Jimmy Fallon.

Dopo la chiacchierata con Michael Stipe (“Trump lies, people die”), oggi pittore, ieri leader dei Rem e prima di intervistare, tra gli altri, Imen Jane, una delle interpreti più acute dei nuovi modelli giornalistici sui social media (come Will su instagram), Cattelan ha fatto un monologo tra il serio e il faceto su una mezza polemica montata ad arte negli ultimi giorni all’indomani di una sua intervista a “Dagospia.

Il titolo non fa il monaco

Nonostante gli sforzi profusi dal giornalista nel tentativo di creare un caso mediatico acchiappa clic, Cattelan si era difeso piuttosto bene sul tormentone che lo seguirà di qui ai prossimi anni. Quando farai Sanremo? L’hai visto? Ti piace? Che ne pensi di Amadeus? E via dicendo.

In sintesi: “Se guarderò Sanremo 2021? Probabilmente la finale. Amadeus ha fatto il suo lavoro, ma Sanremo è quella cosa che guardi a prescindere da chi la fa. A me era piaciuto quello di Baglioni. Sì, mi avevano contattato quest’anno ma poi non abbiamo concluso nulla”.

Dichiarazioni ai limiti della banalità, praticamente innocue e che facevano cadere nel vuoto i tentativi bellicosi dell’intervistatore, Gianmaria Tammaro. Ma, c’era un ma. Il conduttore milanese non aveva messo in  conto i titoli (solo i titoli, perché il contenuto era riportato abbastanza fedelmente) dei media italiani, ormai degni eredi dei tabloid inglesi nella costruzione artefatta di un caso quando il caso non c’è.

Leggi anche: L’antivirus

Cattelan punge Amadeus”, “Cattelan critica Amadeus”, “Polemica Cattelan Amadeus”. Evidentemente fermatosi solo ai titoli, interveniva anche il manager di Amadeus, Lucio Presta, con un post su facebook in cui si lanciava in difesa del presentatore Rai (e ci sta, ma non l’aveva attaccato nessuno), pungendo, lui sì, Cattelan “che quest’anno ha chiesto la direzione artistica di X Factor ed è stata la peggiore edizione di sempre dicono”.

L’inversione della prova

Senza mai nominare i protagonisti della vicenda, Cattelan ne ha tratto in diretta una breve parodia di come in Italia i giornali, e i media in generale, attribuiscano virgolettati e opinioni in assenza di una dichiarazione che riporti esattamente quel pensiero. La carrellata in sovraimpressione di titoli inventati, ma verosimili, arricchiva la gag. Un’analisi satirica che valeva molti più crediti di deontologia di quelli in palio nei lunghi e spesso inconcludenti corsi di aggiornamento professionali obbligatori.

Analoghi esempi a quello riportato da EPCC ne troviamo a bizzeffe, non solo dai quotidiani che certo non brillano per etica giornalistica (del tipo calano i gay, ma aumenta il Pil). E ho pensato che una delle critiche che spesso vengono rivolte ai lettori più o meno assidui è che leggono solo i titoli.

Leggi anche: Quelli che…

Lo si dice con fare snobistico intendendo che: non si legge l’articolo per intero; il titolo non fa storia. Sul primo punto si può anche concordare, ma sul secondo non ricordo nessun manuale o nessun maestro di giornalismo descrivere i titoli come arbitrario e soprattutto infondato esercizio di stile che scarica sul lettore l’onere dell’attendibilità, invertendone i ruoli. Come se il lettore non avesse il diritto di fermarsi al titolo che, per definizione, dovrebbe racchiudere una notizia in sintesi. Altrimenti aboliamo i titoli e passiamo direttamente all’articolo.

Poi ieri leggevo, a nove colonne in prima pagina su un importante quotidiano, che la scuola è finita. Mentre un anno fa l’incendio della cattedrale di Notre Dame veniva narrato come un “11 settembre“, “disastro senza fine“, di “Notre Dame che non c’è più” un po’ dappertutto.

Titoli che non erano veri, appunto.

Lascia un commento