17 aprile 1993: Andy Möller chiude la Prima Repubblica

Andreas Möller

Il 17 aprile 1993 è un sabato italiano di silenzio elettorale. Il giorno dopo e lunedì 19 si votano otto referendum abrogativi. Tangentopoli è scoppiata quattordici mesi prima, con l’arresto del “mariuoloMario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio (la stessa casa di cura milanese per anziani finita nuovamente al centro delle attenzioni per le morti sospette da coronavirus) e dirigente del Partito socialista. Le inchieste del pool di Mani Pulite stanno spazzando via un’epoca politica, la cosiddetta Prima Repubblica, in sella dal secondo dopoguerra. I vecchi partiti vanno lentamente scomparendo o cambiando nome.

Gli otto referendum

In quel sabato primaverile il presidente della Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1992 all’indomani dell’attentato di Capaci. Giuliano Amato è il presidente del Consiglio a capo di un governo ricordato soprattutto per il prelievo forzoso dai conti correnti italiani nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1992 e la svalutazione della lira nel mercoledì nero (il successivo 16 settembre). Andreas Möller è un calciatore tedesco che milita nella Juventus.

Gli otto quesiti referendari sono promossi, tra gli altri, dai Radicali e dal comitato di Mario Segni. Chiedono la modifica della legge elettorale nella sua parte proporzionale (con conseguente avvento del sistema maggioritario con il Mattarellum), l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (che poi sarebbe rientrato dalla finestra con i rimborsi elettorali), la cancellazione di alcuni ministeri (come quello dell’Agricoltura, trasformato poi in Politiche agricole, o quello del Turismo rinominato oggi in Beni, attività culturali e turismo).

I referendum, in pieno clima da antipolitica e contestazione al sistema (una sorta di populismo antelitteram), riscuotono un’alta partecipazione popolare (quasi 37 milioni di cittadini, tra il 76 e il 77% degli aventi diritto) e mostrano una vittoria schiacciante del Si in tutti i quesiti proposti.

La prima pagina de "La Stampa" del 20 aprile 1993
La prima pagina de “La Stampa” del 20 aprile 1993

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Il presidente Amato si dimette pochi giorni dopo, il capo dello Stato Scalfaro conferisce il nuovo incarico a Carlo Azeglio Ciampi che giura con il suo esecutivo il 28 aprile 1993. Ventiquattr’ore dopo Bettino Craxi farà il famoso ultimo discorso alla Camera dei Deputati che negherà l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Poi il leader socialista andrà via dall’Hotel Raphael a Roma sotto una pioggia di monetine. Secondo diversi politologi è l’atto conclusivo, insieme al referendum sull’abolizione del proporzionale, della Prima Repubblica.

L'uscita di Craxi dall'Hotel Raphael a Roma
L’uscita di Bettino Craxi dall’Hotel Raphael a Roma il 29 aprile 1993

La prima Repubblica del calcio

Al tramonto di una fase politica lunga quasi mezzo secolo, il calcio italiano è attraversato ormai da diversi anni da una profonda metamorfosi. Lo storico dominio del Nord è alternato a nuovi protagonisti sulla scena nei rampanti anni Ottanta: Verona e Napoli vincono i loro primi scudetti, Maradona infiamma un intero popolo alla rivoluzione contro il Settentrione. Un’altra matricola, la Sampdoria del presidente Paolo Mantovani è campione d’Italia all’inizio del decennio successivo e sfiora la Coppa dei Campioni nel 1992.

Concluso il ciclo della Juventus di Giovanni Trapattoni, l’asse Milano Torino è spostato verso la Madonnina, simbolo di una città che si sente invincibile mentre la Juve degli Agnelli vive anni di declino. Il ricco Milan di Silvio Berlusconi, di Arrigo Sacchi e degli olandesi domina in Europa e in Italia contende il primato al Napoli. L’Inter vince con Trapattoni e Matthaeus lo scudetto dei record nel 1989 mentre la Vecchia Signora, orfana del suo mentore in panchina, vive un ricambio generazionale dopo gli anni di Zoff, Scirea, Platini e Boniek.

In Italia le cose non vanno benissimo e i bianconeri si consolano con una Coppa Italia e una Coppa Uefa nel 1990. Dopo l’infelice parentesi di Gigi Maifredi in panchina, a Torino tornano all’usato sicuro con il ritorno di Giovanni Trapattoni.

Un sabato italiano

Sabato 17 aprile 1993 allo stadio “Meazza” in San Siro Milan e Juventus scendono in campo alle 18 per la ventottesima giornata di campionato. Un fatto abbastanza insolito per un calcio che vive del monopolio Rai interrotto dalla comparsa di Mediaset regolamentata con la legge Mammì. La liturgia domenicale della serie A, con tutte le partite alla stessa ora, è un’intoccabile messa laica. Ma anche la Prima Repubblica del pallone è agli sgoccioli. Il nuovo mondo delle pay tv è in fermento e, solo pochi mesi dopo, il 29 agosto, sarà trasmessa la prima partita criptata nella storia del calcio italiano, Lazio Foggia su Telepiù.

In questa fase di transizione rossoneri e bianconeri chiedono e ottengono “questo succoso anticipo” (come lo definisce Bruno Pizzul) in diretta televisiva su Raiuno perché attesi dagli impegni europei. Il Milan ospita il PSV Eindhoven nella prima edizione dell’attuale Champions League, la vecchia Coppa dei Campioni. Lo scontro con gli olandesi è solo una formalità visto che la squadra ora allenata da Fabio Capello si è già assicurata il passaggio in finale (poi persa contro l’Olympique Marsiglia di Deschamps, Boksic e Abedì Pelè) nel gruppo B, in sostituzione della formula con quarti di finale e semifinali.

La Juventus di Trapattoni II prepara il ritorno delle semifinali di Coppa Uefa contro il Paris Saint Germain di George Weah. Trascinati dai due Baggio, Roberto e Dino, i bianconeri vinceranno quell’edizione continentale sconfiggendo il Borussia Dortmund nella finale di andata e ritorno.

In campionato il Milan ha ipotecato il suo secondo scudetto consecutivo, il tredicesimo della sua storia, guidando la classifica con 43 punti. La Juve è indietro a quota 30 (vige ancora la regola dei due punti a vittoria) e deve assicurarsi la qualificazione Uefa (terminerà il torneo al quarto posto dietro anche Inter e Parma).

La doppietta di Andy Möller

Prima di tuffarsi nel referendum del giorno dopo, gli italiani si fermano davanti alla tv per questo big match in diretta Rai tra due delle squadre più tifate nella penisola, insieme all’Inter. La partita sembra confermare i pronostici della vigilia: il Milan parte forte e sblocca subito il risultato con Marco Simone imbeccato da Dejan Savicevic. Ma la gara è tutt’altro che scontata.

Nella Juventus di Roberto Baggio e di Gianluca Vialli (ancora con i capelli), di Giancarlo Marocchi e Antonio Conte (già con pochi capelli) c’è un tedesco poco teutonico nello spirito e molto slavo nei piedi. Andreas Möller ha 25 anni, è una seconda punta che può fare anche l’ala e proviene dall’Eintracht Francoforte. Ha vinto il Mondiale di Italia ’90 con la Germania Ovest, abbattendo il muro sportivo con la parte Est. Ma deve ancora consacrare il suo talento cristallino. Alterna, infatti, prestazioni di livello ad altre in cui sembra non scendere in campo.

Ma quel sabato Andy Möller da Francoforte sul Meno decide di prendersi la scena, ben supportato da Roberto Baggio, fresco di Pallone d’Oro. Al 13’ finalizza in diagonale un contropiede su assist del Codino, al 20’ trasforma in rete una semi rovesciata da un cross di Moreno Torricelli. Milan frastornato, bianconeri avanti grazie alla doppietta del tedesco che decide nel secondo di chiudere i giochi. Al 70’ lancia in campo aperto Baggio che sfugge a Franco Baresi, si invola verso la porta, supera Sebastiano Rossi in uscita e deposita il pallone del definitivo 1-3.

La Seconda Repubblica del pallone iniziava quel giorno, nei piedi di Andreas Möller. Sarebbero poi arrivate la Juventus di Marcello Lippi, l’Inter di Massimo Moratti e la serie A delle sette sorelle (con il ritorno di Lazio e Roma e la conferma tra le big di Parma e Fiorentina) con la tv di Telepiù prima, Sky e Stream dopo fino a Dazn. Ma, senza saperlo, Möller, il tedesco con il numero 11, aveva spazzato via anche l’Italia del pentapartito alla vigilia degli otto referendum, di Craxi a Montecitorio e delle monetine del Raphael.

Una foto recente di Andreas Möller
Una foto recente di Andreas Möller

 

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